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Lavoro e curriculum: perché è importante parlare anche dei fallimenti

Sembra che nel mondo del lavoro stia prendendo piede una nuova tendenza: cresce sempre di più il numero di coloro che valutano positivamente nel curriculum fallimenti professionali e percorsi “non lineari”. Abbiamo intervistato una head hunter e la fondatrice della Scuola di Fallimento per capire i motivi.

Elogio dell’insuccesso”. Si intitola così la lectio magistralis che aprirà le celebrazioni per il trentennale della scomparsa dell’ex governatore della Banca d’Italia ed ex ministro del Tesoro Guido Carli il 6 marzo prossimo. Romana Liuzzo, presidente della Fondazione Guido Carli, in un’intervista ha spiegato che seguirà poi un invito a valutare anche gli errori e le deviazioni di traiettoria, “elementi chiave per comprendere i percorsi e le potenzialità di ognuno”.

Non è la sola a pensarla in questo modo. Nei curricula, “troverei interessante se qualcuno mi raccontasse dei suoi fallimenti e di come li ha affrontati”, ha detto lo scorso anno l’imprenditore Alessandro Benetton. Se è ancora presto per parlare di un cambio di paradigma in un mondo del lavoro dove un ritardo nel conseguimento del titolo di studio o periodi di inoccupazione tra un’esperienza professionale e l’altra possono ancora determinare o meno un’assunzione, sono sempre di più coloro che chiedono di non nascondere quelli che, nel gergo delle risorse umane, c’è chi chiama “punti di criticità”.

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